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lunedì 30 luglio 2012

Il cambiamento forzato ai tempi del luna park

I cambiamenti fanno paura, sia che siano voluti che no.
Ma quando sono voluti c'è stato almeno il coraggio raccolto in precedenza che ha portato alla decisione di volerlo, che ti aiuterà a mandarlo avanti fino al suo compimento e ti farà godere di ogni attimo.
Quando invece non sono voluti sono un po' come le montagne russe su cui ti hanno piazzato senza preavviso e senza chiedere il tuo parere.
Sei lì sul vagoncino in prima fila, che osservi la sommità della vetta avvicinarsi senza che tu possa farci un bel niente e sai perfettamente cosa di aspetta dopo lo scollinamento. Il cuore e lo stomaco sono già traslati di una posizione, la laringe è scomparsa chissà dove e il tuo cervello urla come nemmeno una dodicenne in vista del suo cantante pop preferito. Il cuore naturalmente ha raggiunto i limiti della tachicardia e stai producendo adrenalina e ormoni da stress in quantità industriali, soffrendo ogni dannato metro.
La discesa sarà terribile, perché non la volevi affrontare e l'esperienza sarà ancora peggiore di quel che sarebbe stata se solo l'avessi presa con filosofia.

Va da sé che salire sulle montagne russe in piena coscienza e convinti di divertirsi porterà solo ad altro divertimento. Nel caso contrario rimetterete la cena e odierete tutti quelli che vi hanno portato al luna park, senza avvertirvi che il giro della morte sulla giostra era obbligatorio.

Il prenderla con filosofia è l'unica soluzione possibile. Capirlo è facile, esserne capaci però è un altro paio di maniche, quindi chiudete gli occhi, trattenete il fiato e aspettate che il vagone arrivi fino in fondo, sperando che il prossimo cambiamento non sia proprio lì dietro l'angolo.

venerdì 4 novembre 2011

Del desiderio, del rifiuto e dell'imparare a vivere

Ormai ci abbiamo fatto tutti caso. Se desideriamo tanto una cosa, ma non la possiamo avere, questa si fa ancora più desiderabile.
Questo vale per oggetti, cibi, sogni e persone. Soprattutto le persone. Gli oggetti, se risparmi, prima o poi li compri. I cibi se hai delle intolleranze gravi no, ma tra la vita e il cibo non è difficile scegliere. I sogni prima o poi si impara a gestirli o li si dimentica. Con le persone è molto più dura perché tocca anche fare i conti con il rifiuto. Un oggetto o un cibo non ti rifiutano, sono il tuo corpo e il tuo portafoglio a farlo. Ma quando sono gli altri a rifiutarti è come se ti uccidessero.
Il rifiuto è una cosa parecchio tosta perché non ci siamo veramente abituati.

Un esempio a caso: le feste di compleanno delle elementari.
Era quasi scontato che quando un bambino faceva gli anni prima o poi tutti avremmo trovato il biglietto colorato che ci invitava alla festa. Tutti. Nessuno escluso. I nostri amichetti, il bambino che si infila le (tue) matite nel naso, la bambina frignona e il bulletto che ti butta sempre a terra lo zaino. Tutti, perché se lasci fuori qualcuno poi questo ci rimane male.
Ed è lì che casca l'asino.
Perché dovrei invitare alla mia festa di compleanno i bambini che detesto di più o che mi rendono la vita un inferno? Solo perché siamo tutti piccoli, carini e vulnerabili? (Sfatiamo questo mito: i bambini sono crudeli e insensibili più degli adulti).
Non solo invitando tutti la festa per me non sarà una vera festa, ma non faccio capire a loro che non sono miei amici. Ok, ribattete pure che poi il bullo me le suona per farmela pagare, mica è detto che poi non me le suona alla festa o il giorno dopo per ricordarmi chi è che comanda. Almeno per una volta sto SOLO ed ESCLUSIVAMENTE con persone che mi piacciono e dico al bullo di andare a farsi benedire.
Invece no. Tutti amici, tutti belli, tutti assieme appassionatamente. La mia festa farà schifo e non vedrò l'ora che escano tutti di casa (mamma e papà compresi) iniziandoci tutti alla sagra dell'ipocrisia.
In più, né io né i miei compagnucci impariamo a gestire il rifiuto in tempo utile per quando ne riceveremo di seri (primi amori, borse di studio, lavoro, etc...) rischiando molto più facilmente la depressione.
Certo, genitori e maestre hanno ragione a pensare che un bambino ci rimarrebbe male a non essere invitato a una festa, ma magari capisce che se vuole essere invitato la prossima volta magari è meglio se smette di buttarmi a terra lo zaino. Non è che solo perché ho sette anni mi si deve proteggere da ogni bruttura sociale e personae: se ho un carattere di merda, è meglio saperlo per tempo.

Io, ora come ora, un rifiuto non lo so gestire. Razionalmente so che dovrei pensare: "ok, forse non ci sono portato/non è la persona giusta per me/meglio se faccio biologia che arte è un girone dell'inferno con la fila per entrare" ma alla fine mi butto sul classico "faccio schifo". Dicono che in realtà ce la puoi fare a imparare la lezione prima della pensione, io mi accontenterei di riuscirci prima della tumulazione. Chi l'ha dura la vince, no?

Ultima postilla di un post che non trae nessuna conclusione, la festa di compleanno è il primo passo verso il meccanismo molto in voga nei piccoli centri di continuare masochisticamente a frequentare persone che in realtà si detestano, semplicemente perché lo si è sempre fatto/poi si litiga/tanto i posti sono solo tre e mi tocca vederlie lo stesso.
Morale: w le metropoli!

domenica 4 settembre 2011

Riflessione blanda sui luoghi comune di genere

Dai, facciamo questo giochino ormai stra-abusato che è elencare i luoghi comuni sulle femminucce e distruggiamoli senza pietà.
Perché? Così, mi annoio. E già che ci sono ne userò qualcuno maschile, così per ridere.

Alle ragazze piace tenere e pulita e ordinata casa
Le ragazze devono tenere pulita e ordinata casa perché tu, lurido facocero pigro e viziato, piuttosto che buttare un calzino nel cestone della biancheria sporca ti fai venire il colpo della strega psicosomatico.
Il riordino di casa mia è una vera e propria battaglia che combatto solo quando mi devono arrivare ospiti, se no è una serie di guerriglie tra io che inciampo e la roba che si ostina a starmi davanti. Quando poi devo fare la lavatrice perlustro ogni angolo della casa perché sono in grado di nascondere i calzini anche tra gli archivi delle serie di fumetti concluse. Anzi, ne ho appena perso uno, è nel vostro cestone per caso?

Le ragazze sanno cucinare
Vabeh, un po' anni Cinquanta questa. Risale all'epoca in cui le bambine da future donne di casa dovevano stare attaccate alla gonna della mamma e aiutare in cucina. Per forza che imparavano a cucinare. Eppure non tutte ci erano portate tant'è che film e telefilm sono pieni di crudeli prese in giro nei confronti di quelle poverette che proprio non ci avevano talento. Cretini. Cucinate voi se vi fa tanto schifo, no? Due mani le avete tali e quali a noi, il cervello chissà.
Io per mio conto ho cucinato davvero molto poco nella mia vita (e per cucinare non intendo saper fare la pasta, l'uovo in camicia o cuocere un paio di wusterl, quella non è cucina, è mera sopravvivenza) per un paio di fatti: mi annoia, mi annoia lavare piatti e pentole dopo, se c'ho fame c'ho fretta.

Le ragazze sanno fare la lavatrice
Mica c'è bisogno di una laurea, basta leggere il libretto delle istruzioni, le etichette sulle magliette e connettere quei due neuroni che vagano nel vuoto siderale. Non è difficile, no? E poi i pasticci li fanno tutti, se siete culati e avete una mamma nata negli anni '60 ci potrebbe essere soluzione se no... beh, no.

Le ragazze sono pettegole
E voi, razza di ipocriti che non siete altro, lo siete anche più di noi, perché ci provate una specie di piacere perverso a poter sparlare di qualcuno, non negatelo. E come venite a chiederli a noi poi!

Le ragazze vanno matte per i saldi
Sì, di libri! Aneddoto: io e la mia dolce sorellina (che ora si veste da pin up) siamo andate un giorno a Milano alla scoperta dei fabulosi negozi di vestiti per comprarci qualcosa in saldo col bancomat della mamma. Non abbiamo trovato una sega, faceva tutto schifo, così ci siamo fiondate alla Feltrinelli di Piazza del Duomo comunicando via sms le nostre intenzioni. La risposta è stata questa "Adesso sì che ho paura...". Lei è tornata a casa con la raccolta completa di Anne Rice, io non me lo ricordo più, ma un 150 euro di libri ce li saremo ben fatti.

Le ragazze passano ore a scegliere un vestito
E voi  no eh? Io a una prima occhiata dalla vetrina so già se il negozio mi interessa o meno. La passeggiata al mercato è proprio tale perché mi fermo solo se vedo qualcosa che mi colpisce e se lo fa di solito è già mio. Il mio ex invece una volta mi tenne 40minuti (40!) in un negozio di scarpe prendendo in visione anche 4 volte diversi paia che già alla prima occhiata non lo convincevano, ma doveva esserne sicuro. Quando doveva comprare i pantaloni dovevo prepararmi psicologicamente due settimane per sopravvivere. Fatemi il favore eh.

Alle ragazze piacciono solo il film d'amore
Se un giorno incontrassi un tipo che per abbordarmi mi porta a vedere una stupida commedia romantica mentre nella sala accanto c'è un film della Pixar o un fantastico hard boiled, non mi lascerei nemmeno riaccompagnare alla fermata del bus.

Le ragazze sanno cucire e stirare
Eh... no. Sapete non è che nasciamo col dna programmato per le incombenze domestiche eh, qualcuno ce le insegna da piccole queste cose. Certo che se da piccole preferiamo giocare con il fango e le macchinine, correre in bicicletta o semplicemente leggere, non ce ne potete fare una colpa.

Le ragazze sono romantiche
Romanticismo? Scusate, devo cercarlo sul dizionario. Ah, le vaccate sentimentali. Uh che palle, che danno sull'altro canale?

Alle ragazze piacciono i tacchi alti
A voi piace quando li mettiamo, noi ce li facciamo piacere perché introiettiamo la vostra perversa idea di figura femminile come nostra. Davvero, li avete mai provati? Sono scomodi, ci costringono a fare passi corti, non possiamo correre se non in maniera veramente ridicola e rischiamo di fracassarci una caviglia costantemente. Non parliamo poi degli effetti deleteri a lungo termine. Sul serio, se potessi tornare indietro nel passato, troverei gli ideatori di questa tortura e glie li infilerei dove dico io sto dannato tacco. Sono sicura che gambe e glutei risalterebbero anche su di loro.

Boh, per ora ho finito. A qualcuno viene in mente altro?


sabato 28 agosto 2010

L'allegra famiglia di teste di cazzo

Esisteva una famiglia una volta.
Questa famiglia passava le feste di Natale insieme. Faceva cenoni e feste. Si riuniva per le manifestazioni di gioia, come matrimoni e nascite. Si vedevano regolarmente sia i vicini che i lontani, ci si informava sulle attività dei nipoti, ci si faceva favori.
Era la classica famiglia di teste di cazzo.
Anni dopo, quando un membro acquisito della famiglia decise di smetterla con il fingere che il suo matrimonio esistesse ancora, l'allegra famiglia di teste di cazzo cancellò dall'albero genealogico tre persone: lei e le figlie.
Che cosa avessero fatto le figlie, nipoti dirette, portatrici del cognome del capofamiglia ormai defunto assieme alla moglie, non è dato saperlo.
Che cosa abbia mai fatto lei a parte rifiutarsi di farsi venire ulteriori acciacchi da stress nervoso, ancora meno.
Sì sa però, nelle allegre famiglie di teste di cazzo che vivono in piccoli buchi di culo merdosi, non ci si fa troppe domande sulle dinamiche pissicologiche, te ne sbatti e basta che fai prima.
Che cosa abbia fatto lui per meritarsi tutta questa fedeltà nonostante gli pesi persino farsi sentire per le feste comandate via telefono e non si sia mai sprecato a mantenere i legami famigliari perché tanto c'era la moglie a occuparsene, è inspiegabile.
Certo è che, dopo vent'anni passati a uscire con l'unica cugina coetanea, a condividere con lei gioie e malumori dell'adolescenza, le nottate passate a casa loro e le visite periodiche in cui ti salutano sorridenti quando ti vedono con la loro secondogenita, un po' ti brucia.
Ti brucia che ignorino l'esistenza di tua sorella ma si permettano di giudicarla quando la vedono vestita goth in città.
Ti brucia che non salutino nemmeno tua madre quando la incrociano per strada.
Ti brucia che nemmeno per la nascita del loro primo nipote si facciano sentire.
Paradossalmente poi, ora io e questo cugino sconosciuto, viviamo pure nello stesso buco di culo merdoso. Ma secondo voi, in questi ultimi mesi, in cui l'allegro neopadre con neononni a seguito passava davanti a casa nostra, vedendo la macchina di mia madre fuori gli è mai passato per la testa di fermarsi e dire: andiamo a vedere come la sta la vecchia zia Giò?
No.
Sapete che c'è? Che ora le righe comincio a tirarle anch'io.
Benvenuto al mondo piccolo.
Un po' però, mi spiace per te.

mercoledì 23 giugno 2010

Rebel!

Cioè, ma chi l'ha detto che l'età della ribellione è l'adolescenza?
Cioè, si ok lo è, ci si ribella ai genitori, alle regole fin lì seguite, ci si lagna, deprime, si va in crisi mediamente tre volte a settimana, gli ormoni impazziscono, etc...
Ma è una ribellione farlocca.
Insomma, diciamo che diventiamo grandi e cominciamo ad aver bisogno di spazi nostri, regole nostre e quindi diamo degli stronzi a mamma e papà. Contemporaneamente la nostra voglia di essere socialmente accettati si fa quasi disperata.

Beeeeeeeee...

Ora, dopo 5 anni di superiori, 3 di università, 2 di master e 1 di lavoro (vero), posso dire di essere effettivamente entrata nella vera età della ribellione (il che è paradossale perché fondamentalmente avrebbe dovuto essere minimo 5 anni fa).
Intendo dire quella contro le regole sociali precostituite.
Sia che i nostri vecchi siano dei cretini abissali o dei santi, passata l'adolescenza ci ritroveremo comunque a portarci sul groppone tutto quel che ci hanno trasmesso nell'infanzia (seguendolo o andandoci contro... ma non tronchiamo).
Invece la ribellione verso la società è una cosa diversa. Vedi cose che non ti piacciono, che ti fanno stare da schifo e pensi siano assolutamente ingiuste e prima o poi... (a meno che tu non sia proprio un pigro abissale) un minimo ti viene voglia di farlo per modificarlo... o per lo meno ne prendi atto del tutto.

Perché finché sei all'università sei ubriaco di sogni e voglia di fare. Quando arrivi al master ti metti una benda sugli occhi e fai finta che sei ancora all'università sebbene un po' di realtà cominci a filtrare. Quando ne esci e vedi finalmente il mondo senza filtri didattici, nudo e crudo com'è, cambia tutto.
Non sto parlando del semplice terrore di affrontare il mondo, quella è roba da manuale. Sto parlando di trovarsi improvvisamente in mezzo a persone che non sono tuoi simili, non parlano la tua lingua e non hanno i tuoi stessi codici morali. Perché a scuola puoi ancora scegliere con chi mischiarti, ma come fai a farlo quando sei nel mondo reale, quello del lavoro? Non puoi. E allora si rivela tutto.

Questo post non ha realmente senso, è solo una riflessione personale sui motivi che mi hanno portata qui, a disprezzare costoro , a smettere finalmente di fare la "donna moderna e aperta" e tentare di fare qualcosa anche se soltanto online e a voce.
Perché nella mia vita ho avuto un sacco di identità diverse, prima fra tutte quella che mi ha portata a negare in maniera estrema la mia femminilità in una qualche stupida ideologia trasmessami dal mio (idiota) retaggio culturale che mi aveva insegnato che essere femmina è sbagliato.
Ma il mio cervello è donna e ora l'ho capito fino in fondo.
E, anche se con undici anni di ritardo sulla formulazione di questo pensiero, sono felice di riuscire a dire al mondo che io sono fiera di essere nata con una vagina.

lunedì 7 giugno 2010

Il disagio

Descriviamo il disagio.
Il disagio è quella cosa che puoi sentire in più punti del corpo. E' il macigno nello stomaco che ti fa dubitare di quello che hai mangiato a pranzo. E' il dolore sordo alle ossa che ti spinge a controllare dove hai messo l'aspirina. E' la tensione muscolare che non sentivi da quando ti costringevano ad allenarti due ore nello sport scelto dai tuoi genitori, "Perché fa crescere sani e forti". Sono gli improvvisi sbalzi di pressione che ti fanno sentire come se al posto del sangue a 36,5° avessi del fluido refrigerante direttamente iniettatoti endovena dal frigorifero.
Ecco quello è il disagio e più comunemente lo si prova quando ti vogliono far fare un lavoro che non ti piace.
Gli effetti collaterali sono:
- continue pippe mentali su come licenziarti quando ci sarà qualcosa che ti farà saltare la mosca al naso (perché ci sarà, non ci sono dubbi).
- la vendetta postuma in cui tu sei il dio della rete e tutti ti vengono dietro manco fossi il novello Mosè in grado di far aprire in due la marea di bit.
- apri un blog.

Beh che diavolo, almeno faccio qualcosa.
Ma non sarebbe bello se Mr.B. avesse sul serio provveduto a fornire a ogni giovine italiano/a un/a ricco/a rampollo/a da sposare per fare tutta la vita i mantenuti come suggeriva qualche tempo fa?

Spuntano fuori come funghi... solo la grande famiglia torinese ne ha sfornati a decine, datene un po' anche a noi! Così possiamo passare il tempo a non far niente, tanto le aziende andranno in malora lo stesso ma il conto alle Cayman sarà sempre al sicuro!